Graffi nel silenzio: l’enigma mozarabico
Un’indagine sonora su una scheggia superstite del canto pre-gregoriano
Commissione dell’Università di Bristol
L' Università di Bristol: un’avanguardia nel cuore della tradizione
L'Università di Bristol non è solo uno dei vertici accademici del Regno Unito, ma un luogo dove la ricerca musicale respira una libertà rara.
Fondato su una storia di eccellenza che lo colloca stabilmente tra i migliori dipartimenti di musica al mondo, il dipartimento ha sede nelle suggestive Victoria Rooms, un edificio neoclassico che sembra fatto apposta per ospitare il dialogo tra passato e futuro.
Qui, il prestigio non è inteso come polverosa conservazione, ma come un’energia dinamica che spinge studiosi e compositori a riconsiderare i confini della storia della musica occidentale. È in questo contesto di rigore scientifico e apertura creativa che nascono progetti capaci di sfidare le narrazioni consolidate.
Old Hispanic Office: far risuonare le schegge del tempo
Al centro di questa missione si colloca l'Old Hispanic Office, una divisione di ricerca d'eccellenza dedicata allo studio e alla salvaguardia del canto mozarabico (o antico ispanico). Sotto la guida della Professoressa Emma Hornby, questo progetto — sostenuto da prestigiosi bandi dell'European Research Council (ERC) — ha intrapreso un'operazione quasi archeologica: recuperare i frammenti di un repertorio che il dominio del canto gregoriano aveva tentato di cancellare.
L’obiettivo non è stato però solo quello di archiviare: l’Università ha voluto che queste "voci perdute" tornassero a vibrare nel presente. Attraverso una commissione internazionale, sono stati selezionati compositori da tutto il mondo con il compito di agire come ponti temporali. Mi è stata affidata la sfida di abitare questo confine: non per compiere un semplice arrangiamento, ma per innescare una vera e propria trasfigurazione contemporanea di un materiale sopravvissuto a secoli di oblio.
Il materiale: un’archeologia del segno
Lavorare sul canto mozarabico significa confrontarsi con un’assenza: quella della certezza dell'altezza dei suoni.
Il materiale di partenza non è solo musica, è un enigma grafico che ha richiesto una stratificazione di studi per tornare a essere udibile. Questi tre stadi rappresentano l'evoluzione del 'Dies mei transierunt' (un brano del rito per la sepoltura dei defunti) dal manoscritto originale alla notazione contemporanea.
Il manoscritto originale: Notazione visiva
Source: Liber antiphonarium de toto anni circulo – folio 277v
In questa fase, il canto è espresso attraverso neumi a diastemazia libera. I segni non indicano altezze precise su un rigo, ma il "gesto" della voce: l'ascesa, la caduta, l'intensità. È una grafia che parla alla memoria del cantore più che all'occhio dell'esecutore moderno.
Notazione moderna: La traduzione definitiva
Transcription in modern notation
La melodia viene infine trascritta sul pentagramma. Questo stadio rappresenta il punto di contatto con la mia scrittura: la decodifica finale che ha permesso di isolare la cellula melodica originaria per poi sottoporla a un processo di scomposizione e riscrittura per ensemble.
Trascrizione in notazione quadrata: Il primo ordine
Source: El Canto Mozárabe – Estudio histórico-crítico
Qui il materiale viene incanalato nel tetragramma. È il tentativo di dare una collocazione fissa agli intervalli, utilizzando la notazione tipica del gregoriano. La melodia acquista una struttura, ma perde parte di quella libertà fluttuante tipica del segno antico.
L'idea generatrice: puntare il binocolo nel tempo
L'approccio alla commissione di Bristol non è nato da un'analisi teorica, ma da una visione: l'idea che la musica antica non sia realmente scomparsa, ma si trovi semplicemente sepolta sotto strati di polvere sonora accumulata nei secoli.
Ho immaginato me stesso come un astronomo del suono, intento a scrutare un cielo scuro e denso alla ricerca di una luce fioca — quella del canto mozarabico — che continua a viaggiare nel vuoto, nonostante l'oblio. Il testo che segue è il manifesto poetico che ha guidato i miei pensieri: una narrazione che trasforma il processo compositivo in un viaggio attraverso la nebbia, il rumore e l'invocazione. È stato il mio programma di sala a Bristol, e rimane oggi la chiave di lettura per entrare nel mondo di Libera Me.
L' Analisi: una stratigrafia sonora
La composizione non è stata un semplice atto di riscrittura, ma un’operazione di analisi molecolare sul canto Dies mei transierunt. Ho diviso l’opera in tre sezioni che seguono fedelmente lo sviluppo dei versi del rito:
un’esposizione immersa in una 'fitta nebbia risonante' (Sezione A)
un episodio centrale dove la melodia riscoperta emerge con maggiore chiarezza (Sezione B)
un ritorno finale all’ambiente densamente stratificato iniziale (Sezione C).
Per mantenere l'integrità del reperto, ogni suono del brano originale è stato mappato e distribuito tra gli strumenti, creando un sistema di echi. Ad esempio, l’incipit del canto — caratterizzato da una sequenza di tre terze minori — diventa un segnale ricorrente che attraversa l'ensemble, proposto ora dal violino, ora dal flauto o dal clarinetto basso, come una traccia di luce che si riflette tra le arcate di una cattedrale. Persino l’unico intervallo di sesta minore presente in tutto il canto originale è stato isolato e trasformato in un pilastro fondamentale per i momenti più 'cantabili' del mio lavoro.
Realizzazione per Ensemble: la purezza del segno
L'organico scelto per dare corpo a questa visione è un ensemble composto da flauto, clarinetto e clarinetto basso, percussioni e marimba, pianoforte, violino e violoncello.
Nonostante la presenza di strumenti dalla spiccata natura solistica, ho voluto operare una scelta controintuitiva per l’esposizione del cuore melodico dell'opera: il compito di far riemergere la purezza della melodia mozarabica è stato affidato quasi esclusivamente al pianoforte. Lo strumento, pur essendo per sua natura polifonico, viene qui spogliato di ogni densità accordale e trattato come uno strumento monofonico. Questa scelta trasforma il pianoforte in una voce nuda e isolata, capace di restituire la fragilità della traccia antica senza le sovrastrutture armoniche accumulate nei secoli.
Mentre il resto dell'ensemble costruisce l'ambiente — quel 'rumore' fatto di respiri e thuds descritto nel prologo — il pianoforte agisce come il binocolo dell'astronomo: isola un singolo punto di luce nel golfo del tempo e lo proietta nel presente con una chiarezza rassicurante quanto raggelante.
Il concerto: echi nelle Victoria Rooms
Il viaggio di Libera Me ha trovato il suo approdo naturale il 5 febbraio 2016 , sotto le imponenti arcate delle Victoria Rooms di Bristol.
In questo spazio, dove l'architettura sembrava fatta apposta per accogliere i riflessi sonori immaginati in partitura, l'opera è stata eseguita dal Kokoro Ensemble , la formazione per la musica contemporanea della Bournemouth Symphony Orchestra.
Sotto la direzione del Maestro Mark Forkgen e con la partecipazione della mezzosoprano Angharad Lyddon, l'ensemble ha dato vita a quella "oscurità risonante" che era stata il motore di tutta le composizioni selezionate dall’Università. Vedere il pubblico immergersi in quei frammenti mozarabici, riscoperti dopo secoli e proiettati in una dimensione contemporanea, è stato il momento della verità: la dimostrazione che quelle "schegge" antiche possiedono ancora una forza drammatica intatta, capace di parlare al presente attraverso il filtro della nuova scrittura.
Oltre il suono: riflessioni di un viaggio
A distanza di anni, ciò che resta di quella domenica alle Victoria Rooms non è solo l'eco della musica, ma la sensazione di aver preso parte a un'esperienza culturale necessaria.
Ricordo con estrema nitidezza l’attenzione quasi religiosa di un pubblico numerosissimo — oltre duecento persone — rimasto in un silenzio assoluto e magnetico durante l’esecuzione. In quegli istanti, le "impalcature sonore" della partitura sembravano vibrare in perfetta simbiosi con lo spazio.
Ma al di là della riuscita artistica, l’aspetto più stimolante è stato collaborare con l’ufficio della Professoressa Emma Hornby. Il loro lavoro di scavo su un repertorio così remoto e frammentario non è solo un’operazione per specialisti; è un atto di salvaguardia di un’identità europea profonda, spesso messa in discussione da chi non ha memoria. Quell'avventura a Bristol mi ha lasciato la consapevolezza che la musica contemporanea, quando affonda le radici in un passato così lontano, non è un esercizio di stile, ma un ponte vitale che continua a far risuonare la nostra storia nel presente.
Thank you so much, Emma and Old Hispanic Office!